sabato 11 settembre 2010

BAMBINA

Bambina per terra che dormi

Ascolti la pioggia che cade

Un lenzuolo sul pavimento

È già un respiro soave

NOI

La nostra individualità è un dono, qualcosa di potente, prezioso; non usiamola come una chiusura all’altro, un muro.

Non è un’ottusità, bensì una profondità.

Troviamo il tempo di pensare, ragionare con la nostra testa.

Smettiamo per un momento di ascoltare l’altro.

Ci distacchiamo dal mondo solo quando abbiamo un beneficio, un premio che vogliamo tenerci per noi stessi.

Ma stiamo sempre ad ascoltare l’altro sempre, soprattutto se quello è il più forte, il più grande, il più bello, il più potente.

Difficilmente ascolteremo l’escluso, il diverso, l’altro.

Abbiamo paura di fare il primo passo, aspettiamo, non rischiamo, abbiamo paura.

Capita che non osiamo chiamare un amico, un invito a cena, un incontro, un saluto.

Potremmo disturbarlo, avrà qualcosa importante da fare e così rimaniamo sempre più soli, distaccati dal mondo.

Abbiamo paura di fare qualcosa che ci renderebbe felici, figurarsi fare qualcosa di cui non conosciamo gli esiti.

Paura di dare una carezza, perché l’altro non la possa accettare, paura di abbracciare l’altro.

Mi è capitato più volte di fare il primo passo e ho visto poi negli occhi dell’altro felicità, tranquillità, serenità.

Non possiamo aspettare che sia sempre l’altro a fare il passo.

Immaginate all’ora l’ultimo venuto, uno straniero, come può lui, fare il primo passo? In una terra che non conosce, senza punti di riferimento, con mille occhi puntati addosso, ascolta voci che sussurrano di lui ma non capisce.

E qua almeno ho la fortuna vhe la gente mi considera, mi chiama, mi chiede semplicemente come sto.

È usanza qui prima di prendere un taxi,salutarlo e chiedere come sta, se il lavoro è andato bene.

Occupa giusto 30 secondi, ma dopo mi smebra di viaggiare con qualcuno che conosco, di fiducia.

Scendo dalla moto, lo pago, lo saluto, rido e gli auguro buon lavoro e buona giornata.

Ogni mio viaggio in moto è una conoscenza, seppure banale e superflua, difficilmente vedo l’altro come uno straniero.

Questo mi fa vivere sereno.

Sereno in un posto, dove alla sera, attraverso vicoli scuri, cammini di sabbia e pietre, passanti che nel buio non noti. Ma sono sereno.

E da noi invece che succederebbe a girare in posti bui, da solo?

Mi chiedo se davvero noi abbaimo tutta questa serenità!

E non è un pacchetto sicurezza che ci fa vivere più spensierati, anzi viviamo ancora più nell’angoscia.

Un terrore che non ci fa apprezzare le bellezze della vita coem una passeggiata notturna in solitaria o in coppia.

Ci viene facile parlare di sviluppo, di miglioramento.

Sono le nostre città un buon esempio?

O forse è meglio se ci guardiamo negli occhi e ci rimbocchiamo le maniche per fare delle nostre case un posto migliore per vivere.

venerdì 6 agosto 2010

Ego

Io, io chi sono? Un individuo che si è mosso, che ha voluto conoscere qualcos’altro.
Eh, ti dicono, ci vuole coraggio, non è facile, deve essere dura, laggiù, in quei posti, complimenti.

Sento tutto questo e un po’ mi vergogno di sentirlo.. coraggio per cosa?
Perché vado a fare per qualche mese un’esperienza che per milioni di persone si chiama vita?
Non è facile.. si in effetti non è facile arrivare in un paese dove la maggior parte della gente non ha acqua corrente ed elettricità, o dei muri da ripararli dalla pioggia, una zanzariera a difenderli dalle migliaia di zanzare che ogni notte ti attaccano, gente che non può permettersi di curare una banale tosse che può portarla dopo qualche mese alla morte.

Non è facile vedere una bambina di quattro anni attraversare la strada da solo e venir investita da una moto, un autista sbadato che saluta la gente con dietro una madre una cesta e due bambini.
La bambina si salva, e non perché si chiama Deogracia ma perché sua mamma è la governante della casa dei bianchi, quelli hanno un auto a portarla alla città vicino, dove le possono fare delle lastre e metterle un gesso e addirittura possono riaccompagnarla ogni settimana per una visita di controllo. La bambina, quattro anni si è rotta femore, bacino, qualche costola e respira a fatica. Ma vive.

Non è facile veder tutto questo e ritrovarti in cima alla piramide di questa società; molto meglio essere nei bassifondi di quella società che si dichiara evoluta, emancipata, sviluppata,democratica.
Laggiù ti senti al sicuro, ti lamenti perché il lavoro non ti piace, perché l’auto ha un finestrino che funziona male, perché la ragazza ti ha lasciato, perché alla televisione non c’è nulla di interessante da vedere, perché il presidente della tua squadra di calcio non ha comprato il grande campione, perché bisogna fare la tessera per entrare in quel locale.

E io dovrei essere venuto qui per dare una mano a questa società, per cambiarla nella nostra?!

Ringrazio qualche amico che prima di partire mi ha lasciato un libro di Marco Aime. Parla di democrazia e dato che non sarei capace di esprimermi come lui, ne lascio un estratto.

Ci siamo avvolti nello stendardo della democrazia , l’abbiamo sbandierata, fino a ridurla a slogan quasi vuoto, marchio di fabbrica di un’officina che ha cambiato operai, produzione e modo di produrre.
Democrazia significa saper accettare la diversità, saperla accoglierla al proprio interno, discutere con l’altro, riconoscerlo. In una democrazia tutti i valori solo ugualmente legittimi, purché non ledano i diritti degli altri. Devono esserlo. Una vera democrazia deve arrendersi alla lenta e tormentata pratica della discussione, attraverso la quale costruire una forma di convivenza.
Democrazia e verità assoluta, democrazia e dogma sono incompatibili.
Bisogna saper praticare la difficile arte del dubbio.

Il dubbio, forse è un po’ questo il nostro problema, dubitiamo ancora di qualcosa?
O prendiamo tutto come oro colato? Verità assoluta!

La notizia alla televisione, la guerra necessaria, i clandestini criminali, la mancanza del lavoro, il pacchetto sicurezza.

Sarà che da fuori ho una visione più distaccata, ma ho la sensazione, o meglio dire, il dubbio (a voi di pensarla come meglio crediate) che siamo una società di pigri, annoiati, senza troppa voglia di vivere, una società che sopravvive.
Anche qua, dove mi trovo io ora, la gente sopravvive, ma è un’altra sopravvivenza, è un altro stadio,qua si è in continua salita, si suda per aspirare a raggiungere la meta, lì da voi (in questo momento posso dirlo) si è in discesa rapida verso un abisso di nulla, di svogliatezza, di attesa.

Siamo un po’ quel popolo che a scuola era definito “ha le capacità ma non si applica”.

E più passa il tempo e più ci dimentichiamo delle nostre capacità.
Invecchiamo nelle nostre incapacità, disabili a vivere per nostra scelta.

Viviamo in una società di usa e getta, il capitalismo ci ha fatto arricchire e il consumismo ci fa scialacquare. Questa sta diventando la nostra attività preferita. Questa la nostra vita.
Tutto questo ci ha portano a noi stessi, io, quell’ego insensibile all’altro, l’occhio di bue puntato solo su di me, il resto è ombra, non me ne interesso.

Il cinema come luogo di incontro è diventato luogo di consumo, da passarci la giornata, hanno inventato il multisala, entri alle 15 e esci alle 22, fai merenda vedi il film fai cena e torni a casa, e in tutto questo sei riuscito a non parlare con nessuno, se sei proprio sfortunato sei stato costretto a salutare qualche conoscente, ma un veloce ciao, ti ha levato l’incombenza di soffermarti a parlare.
Meglio la prossima volta che hai voglia di film, rimanere a casa davanti al tuo plasma 52 pollici, dolby surround, pizza al microonde. Tu e il film. Libidine!

Anche il bar lo segue a ruota, arrivi con i due amici, ti siedi al tavolo e consumi, negli altri tavolini c’è qualcuno che conosci ma se proprio ci devi parlare aspetti che sia lui a venire da te. La comunicazione al tavolo tocca argomenti epici, la figa di turno, il derby perso, il negroni un po’ annacquato, il locale per il dopo-cena. Nelle due ore passate al bar sei riuscito a lasciarci 20 euro e a NON parlare con 50 persone.

Il meglio poi è la discoteca, volumi allucinanti, nemmeno un ciao, come va è fattibile. Prendi qualcosa per prenderti bene, da solo non ce la fai. Ti muovi alla cacchio di cane. Esci barcollante, ti risvegli il giorno dopo e non ti ricordi un tubo, questo è vivere?

I soldi non fanno la felicità? È che senza soldi siamo disperati, non sappiamo più come divertirci!
Preferisco vedere 5 minuti Deogracia, tutta ingessata, prende un pezzo di banana fritta e se lo butta in bocca. Sorride.

Vivere un giorno

Vivere un giorno, vivere un momento, vivere il tempo

Il tempo, un tempo, un ritmo, tutto è movimento

Musica, nelle orecchie, senza musica ma arriva lo stesso

Colore… fuoco, sole, acqua, erba, terra… Tombola!

Vita è stare in villaggio sperduto, girare in motorino sul bordo del fiume che cresce a vista d’occhio con le piene del nord post stagione delle piogge

Vita è vedere il tuo piccolo orticello che da il primo suo frutto, o meglio, ortaggio.. la mia melanzana..troppo bella!

Vita è muoversi sempre in moto, brevi o lunghe distanze, autista o passeggero, col sole che scalda le spalle, con la pioggia che rinfresca la faccia

Vita è un barbecue sulla spiaggia, pesce e vino bianco e mare

Vita è un barbecue in villa con piscina, carne alla brasiliana, birra e cassasha

Vita è ballare fino a vedere il sole darti il buon giorno e non ricordarsi più in che giorno si è

Vita è ritornare a casa a piedi alle 6 del mattino tra le strade vuote e solo un panettiere che sforna e riempie dei furgoncini

Vita è partecipare ad una cerimonia per togliere una cattiva energia ad un amico ed aiutarlo con un lancio di quattro conchiglie

Vita è mangiare al buio di una bettola lungo la strada e non capire se è montone pollo o cosa..

Vita è passare tre ore al computer per connettersi a internet e nel momento che si connette finiscono le batterie

Vita è un sacchetto nero di plastica che fluttua in cielo tra alberi auto palazzi e capre

Vita è la chioccia che ti attraversa la strada con i suoi 6 pulcini

Vita sono i bimbi che al tuo passare ti chiamano e strachiamano.. il bianco il bianco

Vita sono i 50 anni di indipendenza

Vita sono le strade rifatte per la festa e mai finite

Vita è il falegname che ti fa una sedia e la prima volta che dondoli si apre in due

Vita è il muezzim alla moschea dall’altra parte della strada che ti sveglia alle 5

Vita è la campana della chiesa accanto che ti sveglia alle 6

Vita sono i ragazzi che passano accanto alla tua finestra e con le loro grida ti svegliano alle 7

Vita è la sveglia che ti sveglia alle 8

Vita è anche andare a dormire

Vita era ieri, è oggi, sarà domani

Vivi la vita.. la vita ti vivrà

mercoledì 4 agosto 2010

grazie Asti

Senza parole, senza parole, senza parole, lo ridico 3 volte, lo ripeto 3 volte perché ancora adesso una parte di me non ci crede.

Tutto è partito qualche settimana fa, quando prima di tornare dal Benin per una vacanza astigiana (credo di essere una rarità) ho pensato bene di scrivere una mail dove raccontavo di qualche situazione incontrata sul campo, di gente bisognosa qua in Benin e di gente che poteva dare una mano là in Italia.

Lo dicevo poiché sapevo che nelle nostre case, eravamo ormai pieni di cose inutilizzate e che, sebbene molta gente non possa partire per andare a fare del volontariato in giro, in cuor suo ha una gran voglia di dare una mano al prossimo.

Ho cercato di non toccare quasi nessuno al portafoglio, bensì chiedevo soprattutto del materiale e così è avvenuto l’incredibile.

In soli 10 giorni, ho visto amici, famigliari, amici di amici e amici di famigliari e molti mi han fatto la stessa domanda: cosa ti serve?

Cavolo, non lo so!

Questa è la risposta quando hai un po’ bisogno di tutto, o meglio, quando hanno bisogno di tutto.

Qualcuno più attento, non ha avuto bisogno di chiedermelo; una volta che sono passato a trovarlo, mi ha lasciato il suo pacco.

Unico sbaglio è stato non prevedere l’afflusso di materiale dalle diverse case.

Non farò nomi perché non mi piace e soprattutto perché ci sono buone possibilità che ne dimentichi qualcuno, ma voglio solo dirvi quello che ho ricevuto.

Rimanendo in difetto con i numeri posso dirvi che da una sola scuola materna avrò ricevuto più di 60 paia di scarpe.

L’ultimo giorno in Italia vado per fare le valigie e non riesco più ad entrare in camera.

Fra camera da letto e cucina avevo più di 10 borsoni pieni di magliette, felpine, pantaloni, intimo, k-way, integratori di tutte le specie, tachipirina in grande quantità, antibiotici, uno stetoscopio, attrezzi da ostetrica, abbassa lingua, garze, pennarelli, matite, penne, bottoni, filo, forbici, aghi e guanti da lavoro.

Sono tornato solo d aun giorno ma tocca spiegarvi un po’ di storie.

Partiamo dalla più recente.

Viaggio: Torino – Parigi.

Nella capitale gallina inizia il diluvio, grandine per un’ora buona.

Già in aereo, non mi resta che dormire.

Il ritardo aumenta per un problema a un motore e partiamo con 3 ore di ritardo.

Arrivo a Cotonou, vado a prendere i bagagli e immaginatevi un mini mercato nell’aeroporto, per la confusione, gente che urla, sbraita, si muove.

Normalmente dovrebbero esserci giusto i passeggeri che nel nostro caso eravamo più di 200, ma qua a Cotonou si devono aggiungere almeno una cinquantina di portantini che con tanto di carrelli circondavano il rullo che trasporta i bagagli.

Solo dopo una buona ora di attesa, scorgo le mie due valigie: 50 kg in due ( ho sforato di 4 kg).

La sorpresa arriva con lo zaino, non impermeabile e tutto fradicio, completamente zuppo.

Risultato, i vestiti sono pieni d’acqua e pesa il doppio.

Quindi arrivo a casa e apro tutto e stendo 25 kg di vestiti soprattutto taglie dai 18 mesi ai 4 anni.

Il più bello arriva nel sistemare una maglietta, quando improvvisamente il benin, per la seconda volta mi dà il benvenuto.

Va via la luce.

Buio ovunque, giusto il cellulare!

Questo è un assaggio .

Come andrà domani ancora non so, ma prometto di dirvi dove andrà ogni cosa.

Quello che posso fare è raccontare un po’ qualche aneddoto.

Inizio parlando dei guanti da lavoro.

Appena tornato in Italia mi è venuta un’idea. Seguendo un progetto sulla raccolta rifiuti e conoscendo la tragica situazione di coloro che aprono a mani nude i sacchi dell’immondizia e dividono i contenuti, ho pensato alla nostra Asp e avendo un’amica che ci lavora, l’ho contattata.

Le ho raccontato la mia storia o meglio quella dei manovali sguantati e lei spiegandomi i problemi che hanno in Asti mi ha comunque promesso che faceva il possibile.

Il possibile è giunto l’ultimo giorno quando già non ci pensavo più. Incontro davanti all’ospedale, nel parcheggio, come per uno scambio illegale.

Arriva con uno scatolone, 45 paia di guanti, lo ridico per i più disattenti.

45 paia di guanti! 90 mani di cuoio pronte per il Benin.

Grazie V., grazie capo di V. (bel gesto!) grazie Asp!

Oggi, ancor più di ieri, capisco quanto il vostro lavoro sia utile e indispensabile nella nostra società.

Giù il cappello, grazie!

Altre storielle, il passa parola è funzionato, eccome! Di voce in voce ho ricevuto pacchi di farmacie con medicinali per bambini.

Grazie farmacia giallo e verde!


Altra tecnica per dare una mano qua, è stata quella di prendere degli oggetti fatti da artigiani e portarli su. Il ricavato è per loro, quindi son salito con braccialetti in ebano e vassoi in teak.

Anche qui il risultato è stato stupefacente e immediato.

Per questa azione posso dire che c’è stato l’aiuto di due tipi di “commedianti”.

Da una parte quelli giovani del gruppo “Ulisse, Penelope & co.”, dall’altra quelli un po’ più saggi.. direi io, quelli con già i figli a carico, i commedianti pazzerelli, per dirla a mò di anagramma.. quelli ellenici di Amore e Morte.

A voi un doppio grazie per questo aiuto che darò agli artigiani e quello che potrò dare agli altri.

Posso anche dirvi che, grazie all’aiuto di una pimpante e arzilla 77enne potrò dare una mano ad un centro di cucito, dove formano da più di 15 anni giovani ragazze prese dalla strada, dove più di 90 persone hanno imparato un lavoro e possono ora mantenersi.


Per questo, grazie!

E poi c’è l’amica che mi chiama già a bagagli fatti, con una bustona di medicinali e me li sporge al volo, o il medico che rovescia scatole di medicinali campioni e insieme raccattiamo quelli utili.

Di storielle degne di note c’è anche l’arrivo di qualche piumino, di scarponcini da montagna e di accappatoi in spugna.

Grazie per questi oggetti impossibili.

Comunque nulla è andato perduto, o buttato.

Come dicevo, ho ricevuto tanto e sebbene abbia riempito le mie valigie alla meglio, non sono riuscito a portare giù tutto.

(Piccola nota: per me giusto 3 confezioni di pesto, formaggio e pinoli, mannaggia a tutti i salumi lasciati in Italia!)

A casa sono rimaste ancora 4 o 5 borse di scarpe e vestiti.

Come molti di voi sapranno, non c’è solo l’africa, o meglio, il mio Benin che ha bisogno del vostro aiuto.

Mentre faccio questa esperienza di servizio civile, continuo a seguire le azioni del Piam, una onlus astigiana, una macchia di colore in quel grigiore.

Si occupa di tratta di prostituzione, reinserimento e da qualche tempo, combatte e non demorde pe ri diritti dell’uomo, soprattutto verso i migranti, i quali un po’ per loro insaputa, un po’ per leggi assurde, subiscono troppe angherie.

Il Piam ha ,nelle sue due case di accoglienza per donne che sono uscite dal giro della prostituzione, una quindicina di bambini.

È per questo che una buona parte dei vestiti che mi avete passato sono andati a questi bambini, e questo inverno saranno ben felici quando nevicherà di avere addosso un piumino o liberi di correre con gli scarponcini.

Per questo vi dico che quindi potrete sempre aiutare quelli del Piam. È nella nostra città!

E migliorare la nostra città è un diritto forse, ma aiutare altra gente è più un nostro dovere!

Quindi se volete dare una mano, andate in Via Carducci, vicino al Centro Culturale San Secondo.

Chiunque vi accoglierà, è gente umile, generosa e leale, forse un bel po’ arrabbiata per come sta andando in Italia ma agguerrita per cambiare questo trand.

In questa settimana di ricerca pacchi ho anche scoperto delle suore orsoline in via Testa: loro si occupano anche di donne incinte che non possono occuparsi del bimbo.

Loro hanno un gran bisogno del vostro aiuto, quindi una volta che i vostri bimbi supereranno i 2 anni e non sapete che fare dei vestiti, portateli in via Testa.

E se qualcuno conosce qualche altra realtà, gli chiedo gentilmente di dirmelo, così che possa passare la notizia a più gente possibile.

Ecco, ora sapete come vanno le cose.

Per il momento ho ancora tutto in casa, ma a breve tutto si muoverà. E vi terrò informati.

È strano, ora fuori piove, tutto è grigio ma dentro di me è sereno e c’è il sole!



mercoledì 21 luglio 2010

A casa

Avevo scritto due righe, forse più.. tutte indirizzate agli astigiani, felice di avere concittadini così fighi e disposti per gli altri,
ovviamente causa connessioni ciofeche e e lettere scritti in taccuini lasciati in giro, ora che mi trovo un pc e una connessione davanti agli occhi, non trovo più lo scritto, no proble.. arriverà..
La mia testa non è vuota, anzi ha qualcosa di forte e sentito da trascrivere..

Casa, sentirsi a casa, sentirsi a proprio agio, essere sereno, ridere dentro.
oggi provo tutto questo.
Sono finalmente tornato ad Adjohoun, si proprio quell'Adjohoun dove non c'è nulla.. o forse così credevo..

Era da quasi un mese che non rivedevo questa gente, semplice e genuina, che non sentivo l'odore dei fuochi della spazzatura, che non ridevo con l'equipe comprendendo il 5% della conversazione!!
è stato qualcosa di magico nella sua semplicità!
Partenza in moto fino al mercato di Dantokpa, taxi brousse fino a Porto Novo e altra moto per la pista verso Adjohoun.
Già lì mi snetivo a casa, nessun taxista mi voleva fregare, la gente dei villaggi ti saluta, i bimbi ti corrono dietro, non ci sono auto, solo qualche moto e purtroppo passa qualche camion con il proprio infinito polverone.
Arrivo in paese.
Subito mi ferma un taxista, mi chiama per nome, è Dorotè, il primo che mi accompagnò da Adjohoun a Porto Novo, gli stringo la mano, sorridiamo.

Pausa dal mio ricarica credito telefono, Mr Salam Dine, nel suo atelier di cucito con i suoi apprendisti, un abbraccio, 4 baci, troppo tempo mi dice!

Davanti all'ufficio l'altro ateleir di cucito, il mio bimbo che mi chiam da dietro la schiena della mamma: TATA TATA dice, significa, SORELLONA, saranno i capelli lunghi, ma mi va bene così!
Vado ad abbraccialo, lo tolgo dalla madre e me lo porto via per qualche minuto, ritorno saluto tutti.
Domandano cosa ho portato loro, ridiamo.
Ho voglia di andare in ufficio, ci sono solo beninesi: Sonia è in congedo in Francia, Pietro nel suo ufficio più in su sulla strada.
Un pò timido, mi affaccio, Cesar, il guardiano mi chiama, come stai?!
Una stretta di mano felice, forte, sincera.
Poi Abel, un sorriso enorme, tanto tempo lontani, un abbraccio; Ephrem, gli occhi brillano, un abbraccio avvolgente come solo lui può darmi, chiede.. la vecchia? sta bene? .. la mamma! Così si dice qua!
Poi Bertin, un sorriso lungo, sospiro, una stretta, gli occhi che si incontrano, sento gioia!
Poi arriva Augustine, l'autista, mi urla, EEEEEEE!!! Sei qua! un abbraccio
Festa.. si festa!
M a cavolo, ero solo andato via 20 giorni e ho capito che mi mancavano già troppo!

venerdì 25 giugno 2010

UNA SPLENDIDA GIORNATA



5 bicchieri sulla tavola, 3 pantaloni tolti veloci dal filo per stendere, 2 lanterne ora spente.
Un ottimo fin di serata.
Un buon lunedì se devo pensare a come è iniziato.. beh credevo decisamente peggio.
Domenica ore 22.00 messaggio dal ragazzo della mia coordinatrice, diceva Messaggio da parte di Sonia, ti passa a prendere alle 7.00. Ora è un po’ malata, se domani mattina sta ancora così, niente partenza.
Punto. Ok metto la sveglia alle 6.45 e spero di dormire.
Odio il risveglio troppo presto. Come Vasco, odio i lunedì.
Sveglia, suona, la stacco, preparo lo zaino, il computer, la spesa per la settimana, anzi no, ho fatto provviste per l’intero mese!
Nessuna macchina, mi rimetto a dormire.


Ore 8.00. Mexaine, collega dell’ong partner, mi chiama, mezzo in coma rispondo.
Dove sei? A casa
Io sono sotto casa tua, scendi? Ti sono venuto a prendere. Cazzo (tanto non capisce) due minuti arrivo
In fretta mi lavo faccia, denti, bevo un goccio d’acqua e ne lascio un altro. Scambio alla pari.
In due tranche scendo, carico in auto, salgo al secondo piano, prendo tutto, riscendo, ricarico, partiamo!


Ma Sonia non ti ha detto nulla? Nooo, cazzo!
Già speravo di dormire fino alle 10.00. Sogno infranto.
Direzione Adjohoun? No, prima passaggio al Ministero dell’Economia per regolare sue due vecchie faccende, esce ancora più arrabbiato di prima, hanno perso il suo fascicolo, dovevano pagarlo per un lavoro del 2008. Poi, carico a Porto Novo di alcuni macchinari per la trasformazione della manioca in gari. Gentile omaggio di una coppia tedesca per un villaggio della nostra Comune.
Pausa mercato a Ouando. Giusto per pane, formaggini da spalmare e colazione on the board.
Ritorno a dormire, mi sveglio sballottato sulla pista per Adjohoun.

Adjohoun ore 11.00.
Cavolo, avevo un appuntamento alle 10.00 col direttore di una scuola media.
Salto la riunione, tnato il capo è ammalato, mi dicono malaria, ok. Settimana senza capo.
Devo chiamare Pietro per farmi comprare il biglietto per l’Italia.
Si, mi prendo una pausa, ci vuole.
Corsa veloce a casa, scarico i bagagli, mi faccio un panino con marmellata d’ananas, riporto l’auto, prendo la moto.

Corro a scuola.
Il direttore non c’è, è in ferie, meno male che venerdì aveva preso un appuntamento.
Parlo col segretario, ho bisogno di incontrare tre ragazzi per un video sul matrimonio forzato e precoce che dovrò girare a fine mese, purtroppo ancora presente nei villaggi qua vicino.

Chiamo Cristine della 3°, mi arriva una che non conosco, cavolo si chiam Cristine ed è la sola della 3°.
Le dico Cercavo una Cristine del club dei giovani che si ritrovano nei pomeriggi per discutere e fare diverse attività. Ahh - mi dice – Forse cercavi Cristiane, alta, magra. Si, si si lei! La conosci? Si! Conosci la sua classe? Certo. Perfetto, me la chiami? Oggi non c’è!

Ma cazzo, ma qualcuno frequenta sta benedetta scuola?!
Cerco l’altro, Benjamin, fa la 4°,lo conosci? No! Non puoi andare a cercarlo? Eh diventa dura, ci sono cinque 4°.
Che palle sta scuola! Troppo grande
Ultima chance.. Chiedo di Espera, fa la 1°
Qua la scuola è al rovescio, dalla 6 alla terminal. La 1° è la penultima classe, una 4° superiore per intenderci.
Eccolo che arriva. Miracolo! Uno su quattro.
Gli do un po’ di compiti. Sei il responsabile del video – gli dico – è preso bene anche se ha l’aria smorta. Sarà questa scuola.
Ok a domani per la traduzione dell’intervista
gli ho passato un testo in francese da tradurre in Ouemé. Lingua incomprensibile ma indispensabile per la gente del posto. Alla fine, le sensibilizzazioni serviranno a loro.
E poi metto i sottotitoli in francese. Così anche a Parigi, Tahiti o Dakar capiranno.

Chiamo Pietro, dovrei comprare il biglietto per l’Italia, l’ong doveva pagarmelo, ora mi dice che devo anticiparlo, poi mi rimborsa.
Vorrei fermarmi sto fine settimana ad Adjohoun, me lo puoi prendere?
No scendi e te lo prendi
Ok, grazie - ma che bello! Ritornare in città è l’ultima cosa che avevo in testa.
Ritorno in ufficio, mi faccio l’ultima ora di riunione, dopo essere passato da casa, per vedere la ragazza delle pulizie assonnata sul divano.
Ma in questo paese, c’è qualcuno che fa il suo lavoro?
Ok, giusto darle due compiti da tenerla occupata, cazzo mi sembro un po’ un dittatore nell’impartire gli ordini, ma questa mi sembra mezza rimba.
Si finisce la riunione alle 13.45. Ora di pranzo.
Super veloce però, ci sono i tedeschi che arrivano alle 14.00. Beh si spera nel ritardo. No! Sono tedeschi, perfettamente in orario.
Beh io sono italiano, mi faccio una santa pasta e arrivo alle 14.30.
Mi dovevano aspettare perché ero l’unico con la macchina fotografica.
In auto non c’è posto. Papà e mamma tedeschi , ya, fanno 180kg. Grossi grossi. Il figlioletto invece, da solo 130 kg! Colosso! Me ne vado in moto con Ephrem. Figo!

Nuvoloni neri ci sovrastano, se piove son spacciato.. sulla strada, se si può chiamare strada, nessun riparo.. così mi dice Ephrem, giusto per farmi star bene, una risata assieme e via.
Niente k-way, l’ho lasciato in città. Nico sei un genio, stai in città giusto 2 giorni!
Ok, si parte, si lascia Adjohoun, tra vie, viuzze, caruggi beninesi causa lavori sulla strada principale.
Stanno mettendo l’asfalto, sono ormai 3 mesi che stanno lavorando su 500 metri di strada. Forse a luglio tutto sarà finito.
Si prende per una stradina, direzione Sissokobo, come il giocatore della Juve con un bo emblematico!
Passeggero di un Valentino beninese, 70 km/h su una pista totalmente sconnessa, dossi di due metri per viadotti a cielo aperto, cammino giusto segnato per la ruota di una moto, meno male che non sono in auto.


Voragini larghe una spanna e profonde due. Una piccola salitina, dove la moto arranca in prima. Sembra di scalare l’Etna dopo una colata lavica. A fatica, arriviamo in cima, con crateri un po’ più dangerou.
E Ephrem conosce la zona e va a manetta.

Poi.. il Sahara ad Adjohoun: pista inverosimile, facciamo zig zag tra piccole dune di sabbia, galline che si gettano tra le ruote, erbacce alte un metro mi frustano i piedi di sole infradito.

Le palme ci sovrastano, alte giusto un paio di metri, ci oscurano il sole. Entro in una galleria naturale di qualche kilometro.
Sto sognando, immerso nella natura, Into the wild!
Poi la strada torna piatta, terra battuta, una vallata ci appare dall’altra parte.
Tutto è verde, fiorito, farfalle ovunque, bianche, arancioni, gialle, rosse, nere, blu, minuscole come la falange di un mignolo, maestose come il palmo aperto di una mano, qualcuna rapida, frenetica, altre calme, leggiadre.
Ma dove sono arrivato?! Uno squarcio sull’Eden?

Dopo un’oretta arriviamo al villaggio. Sperduto in un angolo di paradiso.
All’entrata hanno abbattuto delle palme, da dove gocciola uno strano liquido dentro l’interno di una zucca. È il vino di palma!
Un gruppo di donne ci attende.
Ci festeggia, canta, danza, ci sorride.
Stanno lavorando la manioca: vecchi, bimbi, donne, uomini, l’intero villaggio, circa trenta persone sono lì con noi.
In regalo una pressa per fare il gari (una specie di farina della manioca).
Si balla assieme, si beve assieme, si ride assieme.
Si parla in francese, in tedesco, in inglese, in ouemé. Intercultural!
Saluti e si riparte, un’altra ora per ritornare.


Ciao Paradiso, ti ho visto e mi sei piaciuto!

Pomeriggio in ufficio. Un po’ di depression.. che fare, tocca a me organizzare la settimana.
È proprio vero che se non c’è il gatto, i topi ballano e io non sono un gatto.
Sono un volontario, posso fare il topo… e allora tutti a bere una birra, sono le 19.00, ci tocca!
Poi salta la luce, dove si mangia? Da me!
Tutti e cinque con lanterne, pile, cellulari, candele.
Una pasta veloce veloce, si scola e zac! Ritorna la luce!
Perfetto! Giusto per vedere quello che si mangia, per assaporare bene la birra, per vedere l’altro sorridere, ridere di gusto.
Serata di festa.

Tutti pancia piena, birre finite, fuori piove, non troppo forte però, meglio tornare a casa allora.
A domani!

GIUSTO PER CAPIRCI UN PO

J’aimerai bien parler en français mais je sais que mon français c’est un de plus pire.

Quindi parlo in italiano.

Non volevo mostrarmi sborone, per nulla.

È solo che passando il tempo qui, in terra francofona, mi diventa più facile a volte, esprimere dei concetti in questa lingua gallica. Anche se qui di gallico c’è ben poco.

Mi sto mangiando un piatto di riso con fagioli rossi e cipolle.

In effetti l’ho iniziato e la voglia di scrivere mi ha bloccato.

Prima di dire ciò che voglio dire, è meglio che finisca il piatto. Datemi cinque minuti, il piatto è misero.

Beh, forse misero, ma abbondante, ne ho lasciato un po’ per domani, giusto un assaggio.

Io ritorno in villaggio,ma la donna tuttofare di casa sarà ben felice di iniziare la mattinata con uno spuntino riso e fagioli. Qua funziona così.

E quindi, pensavo alla mia cena: fagioli, cipolle e riso.

Un barattolo da 250 fr, una cipolla da 50 fr e due pugni di riso abbondanti da 70 fr.

Totale cena: 370 fr, circa 60 €cent.

E il mio pranzo oggi è stato gari (tritato di manioca) con fagioli: un piatto per 100 fr =15 €cent.

Per aiutarmi a non dimagrire, che la famiglia si preoccupa, ho mangiato qualcosa di non troppo autoctono e alla portata di tutti: due formaggini spalmabili e una baguette tot. 315 fr = 50 €cent.

Nulla di nulla per noi.

Certo. Ora però volevo farvi capire come funziona qua.

La mia misera cena che mi è costata 60 €cent per la gente di Adjohoun, la mia cittadina, è cosa impensabile, almeno per un buon 80% della popolazione e sono sicuro che la mia percentuale sia per difetto.

Immaginate voi, la gente di un villaggio qua lavora o si arrabatta tutto il giorno pe ravere un beneficio di 500 o 1000 fr al giorno, da 80€cent a 1€60cent.

Lo capite, che è qualcosa di insignificante per noi.

Lo capite, che lavorano tutto il giorno e devono sfamare una famiglia con 3-4-5 figli.

Lo capite, come può essere instabile la loro vita, la gestione della famiglia.

Lo capite, perché poi ti ritrovi bimbi di 6-8-10 anni lavorare per la strada a vendere delle fritture, dare una mano al meccanico.

Le loro mani nere,non per la pelle, ma sporche di grasso, di terra, già callose, deformate dal alvoro.

Il sorriso l’hanno perso dal loro sguardo.

La durezza della vita è piombata loro addosso quando non avevano ancora 5 anni.

A me è capitato a 22 anni!

E non mi ha costretto a smettere tutto, ad annientare la mia personalità.

Scopri la sofferenza.

E poi ti chiedi perché vedi adulti grezzi, che sembrano privi di emozioni.

Ne hanno di emozioni, ve lo assicuro, non sono solo abituati a esternarle.

Quando erano piccoli non è stato loro concesso e da adulto diventa difficile fare i primi passi pe runa nuova avventura. No grazie, i problemi, le priorità sono altri.

Ti trovi quindi in una popolazione diversa da te, o almeno da me e vorresti, non che diventino come te, non sia mai, ma che almeno abbiano la possibilità di una scelta, scegliere in parte il loro destino, il loro futuro.

Non so se da soli, completamente soli, potranno farcela. È un cammino in salita, duro, che non incontra discese subito anzi, una volta che inizi a scalare, ti accorgi che diventa sempre più ripido e ti tocca arrenderti o ancora più agguerrito, provi a scalare questa montagna.

Assieme diventa di sicuro meno arduo.

Quindi, uniamo le forze, le idee, le proposte.

Iniziamo da un posto, un paese, una città, un villaggio.

Milioni di villaggi in questo nostro mondo hanno bisogno.

Troviamo un inizio, scegliamo un campo.

L’agricoltura per combattere la fame.

La sanità per sconfiggere le malattie.

L’istruzione per debellare l’ignoranza e dare un futuro.

Tre punti. Semplice! Prendiamo spunto dal nostro paese, siamo già avanti rispetto a una buona parte del mondo.

Prendiamo il buono che conosciamo, mettiamoci assieme e qualcosa di sensato faremo.

Certo, servono fondi, ma non è il primo passo, sono il mezzo, la chiave di volta, la lampada per realizzare i sogni.

Ma senza le nostre capacità, le intuizioni, le esperienze, le conoscenze, le abilità, verrebbero sperperati in pochi attimi.

Quindi è ben prima esporre idee, concrete, veloci, qua il mondo corre e non ci aspetta, diceva Saramago “la storia va più veloce dei pensieri”.

Diamoci una mossa e smettiamo una buona volta di lamentarci.

Non abbiamo nulla per cui frignare.

venerdì 11 giugno 2010

STOP!


Benin, Togo, Adjohoun, Cotonou, Africa, Italia, Mondo, la mia vita.

Che strada prenderà la mia vita?

Forse quella che intraprenderò ora, domani, nell’immediato.

Mi dico che non devo attendere il futuro ma vivermi il presente.

E come veglio vivermelo questo presente?

Tante domande e poche risposte, dubbi di inizio cantiere e devo ancora occuparmi delle fondamenta.

Claro, vivermi il presente ma con un occhio di riguardo al futuro.

Cosa voglio per me, per il mio futuro?

Voglio girare il mondo, voglio vivermi il più possibile questo globo, conoscere le più disparate mentalità, vedere i posti più lontani, respirare l’aria più fresca, nuotare nei mari più profondi, scalare le cime più alte.

Avere neve, sole, pioggia, vento.

Caldo, freddo, tutte le comodità e nessuna comodità.

Camminare, correre, saltare, stare fermo.

Voglio l’auto, la moto, la bici, i miei piedi, la barca,il bus, l’aereo, l’elicottero, il treno.



IL CAMION NOOOOO!

Non voglio possedere nulla ma vivermi tutto.

Questo mondo sono le città più evolute e le lande più remote.

Essere nella tecnologia più futuristica e tornare nell’era più antica.

Questa terra mi da questa possibilità.

Devo capire solo come intraprendere questa mia avventura che è la vita.

Inizio di tutto: la comunicazione.

Poter comunicare col mondo ti fa conoscere il mondo.

Come voglio conoscerlo?

Ho tanta fretta dentro, fretta di non poter riuscire a far tutto.

A un certo punto capirò che devo fermarmi, sarò stanco o forse starò bene a stare fermo.

Stop!

Ecco, devo trovare il mio stop. A quel punto starò in pace con me stesso.

Ma prima di questo c’è tutto un cammino, una crescita, un movimento.

La creazione più grande e complessa di questo mondo è l’uomo.

Per me uomo, la donna è quella parte che mi farebbe vivere a pieno la mia esistenza.

Ovvio non posso accontentarmi di avere una donna senza tutto quello scritto in precedenza.

E tutto quello scritto in precedenza senza una donna, sarebbe come avere una bella auto senza benzina, una casa senza le chiavi della porta d’ingresso.

Con una donna puoi creare la vita, quale dono più grande?

Quale felicità più eccelsa?

La vita, cosa c’è di meglio.

Vivere una vita, creare una vita, è movimento, azione, è aria che si libbra nel cielo, è sole che scalda il suolo, è acqua che bagna, è terra che fa crescere.

Gli elementi della natura, la vita è la natura.

Il cemento è la rovina, il petrolio la morte. I rifiuti sono il degrado.

Riciclare, questa è la formula, creiamo troppo e non sappiamo come riciclarlo, tutto è oramai troppo complesso.

In una natura così incontaminata e ancora pura, come quella dove sto vivendo, diventa triste vedere sacchetti neri di plastica, latte di aluminnio, pile, batterie, tutto questo sparso nella natura.

Qua, dove certe tecnologie non sono ancora arrivate, già solo il semplice sacchetto nero nella terra zapapta da mani callose è triste da vedere.

I miei avi zappavano la terra e potevano trovare un vaso di terra cotta, delle ossa sepolte.

Che ne è invece di quelle società evolute, forse troppo avanti che non perdono più tempo per un’insignificante sacchetto di plastica?

È questo lo sviluppo?!

Creare enormi muri solidi per meglio nascondere immense sporcizie dietro?

Stiamo evolvendo o ci stiamo degradando?

Diceva Manzoni : ai posteri l’ardua sentenza.

Non siamo forse noi i posteri o dovremmo passare la palla a qualcuno ancora più sfortunato di noi?

Mi sento a disagio.


C’è una riunione , una restituzione di uno studio da parte di una struttura italiana che era stata qualche mese nostra ospite lo scorso anno.

La ragazza coordinatrice del progetto sta spiegando per intero lo studio.

Invitati, oltre che l’intera equipe , erano il sindaco e la giunta, il presidente degli artigiani, alcuni direttori di diverse scuole e alcuni responsabili locali come il capo quartiere e la presidentessa di un gruppo di donne lavoratrici di un villaggio vicino.

Ore 15.00 --- Inizio Riunione

Ore 15.30 --- Non c’è ancora nessuno

Ore 16.00 --- Iniziamo lo stesso, si presenta l’equipe e tra gli invitati esterni si presentano soltanto il capo quartiere e la signora del villaggio.

Non riesco a non ridere

Siamo seduti introno ad un tavolo quadrato, troppo pochi per la sala intera

Siamo 4 bianchi, l’assistente sociale, i 2 animatori e i 2 poveretti.

Poveretti perché inizia la riunione : tutte nozioni e informazioni specifiche troppo complesse, soprattutto per la povera donna.

Lei stanca morta, dopo pochi minuti chiude gli occhi, l’animatore traduce ogni frase in dialetto ouemé ma lei alza a fatica le palpebre. Lei dovrebbe essere quella di aiuto maggiore, essendo sul terreno, ma si vede che ha passato tutta la mattina a lavorare e ora sta crollando. La testa ciondola a destra e a sinistra.

Cavolo, deve essere forte e soprattutto straziante per lei, intorno ad un tavolo, con 4 bianchi, che scrivono sul proprio taccuino, si domanderà : ma che cazzo hanno da scrivere?

Non sarà mai stata con cosi tanti bianchi, e di sicuro non gliene frega un tubo.

Ma già me la vedo quando ritornerà a casa quante risate si farà con la famiglie e le amiche sue… cosa racconterà di questi bianchi visti da vicino, seri, impegnati in qualcosa di fumoso e per nulla tangibile.

Ora forse aspetta il rinfresco finale, qualcuno dovrà dirglielo che non è previsto..

Ma chi gliela fatto fare..

In un mondo africano, in una parentesi europea una donna beninese.. può funzionare?

mercoledì 5 maggio 2010

Skygo



Il torrido Benin sta lasciando spazio al gemello piovoso.

Le dune di sabbia stanno passando il testimone alle amiche pozzanghere. Poverette a chiamarle pozzanghere, queste si offendono, meglio pisci nette, stagni, laghetti.

Queste si installano per qualche giorno e divertente diventa attraversarle col motorino.

Skygo, proprio come volare, il mio mezzo: ultimo modello cinese, 4 marce senza frizione, batteria ultima generazione tarocca cinese, giusto 150 km e mi ha lasciato, il motore sembra abbia il raffreddore, i freni gridano alla sola idea di sfiorarli, le luci son troppo stanche per illuminare oltre la ruota e il parafango.


Ecco il top delle moto in Benin : Skygo, una sicurezza!

Fuori il tintinnio della pioggia dal tetto si impone sui fiumi che si vanno a creare sulla pista terrosa.

Ho lasciato tutto aperto, il fresco è il benvenuto ma toccherà aspettare fino alle tre del mattino.

È un po’ timido , il mio coinquilino il caldo è ostico e prepotente, lascia difficile l’abitazione. Ci discuto sempre ma è una testa dura.

Intravedo già i primi cambiamenti: il ventilatore spento, la T-shirt al posto della canotta, le lenzuola al fondo per coprire le gambe all’alba.

Ora però mi sto sbagliando, mi ero illuso, non è ancora venuto quel tempo, sto ancora sudando.

Attacco al minimo il ventilatore, mi tolgo la maglietta.

In effetti fa ancora caldo, ma dalla finestra un’arietta simpatica entra.

E poi pensieri, ma perché il Benin mi chiedo, ma come l’ho scelto?

Credo che quasi tutti gli espatriati qui non l’abbiano scelto, bensì siano stati chiamati, almeno per la prima volta.

Qualche rituale voudou, qualche strano sortilegio e puff… eccoti qua!


Ma che paese questo? Come ve lo spiego?

Dopo un mese inizi a capire qualcosa, dopo due credi di capirne un bel po’, dopo tre hai la certezza di non capirci più nulla.

Tocca iniziare la presentazione: piacere Nico, buonanotte