venerdì 25 giugno 2010

UNA SPLENDIDA GIORNATA



5 bicchieri sulla tavola, 3 pantaloni tolti veloci dal filo per stendere, 2 lanterne ora spente.
Un ottimo fin di serata.
Un buon lunedì se devo pensare a come è iniziato.. beh credevo decisamente peggio.
Domenica ore 22.00 messaggio dal ragazzo della mia coordinatrice, diceva Messaggio da parte di Sonia, ti passa a prendere alle 7.00. Ora è un po’ malata, se domani mattina sta ancora così, niente partenza.
Punto. Ok metto la sveglia alle 6.45 e spero di dormire.
Odio il risveglio troppo presto. Come Vasco, odio i lunedì.
Sveglia, suona, la stacco, preparo lo zaino, il computer, la spesa per la settimana, anzi no, ho fatto provviste per l’intero mese!
Nessuna macchina, mi rimetto a dormire.


Ore 8.00. Mexaine, collega dell’ong partner, mi chiama, mezzo in coma rispondo.
Dove sei? A casa
Io sono sotto casa tua, scendi? Ti sono venuto a prendere. Cazzo (tanto non capisce) due minuti arrivo
In fretta mi lavo faccia, denti, bevo un goccio d’acqua e ne lascio un altro. Scambio alla pari.
In due tranche scendo, carico in auto, salgo al secondo piano, prendo tutto, riscendo, ricarico, partiamo!


Ma Sonia non ti ha detto nulla? Nooo, cazzo!
Già speravo di dormire fino alle 10.00. Sogno infranto.
Direzione Adjohoun? No, prima passaggio al Ministero dell’Economia per regolare sue due vecchie faccende, esce ancora più arrabbiato di prima, hanno perso il suo fascicolo, dovevano pagarlo per un lavoro del 2008. Poi, carico a Porto Novo di alcuni macchinari per la trasformazione della manioca in gari. Gentile omaggio di una coppia tedesca per un villaggio della nostra Comune.
Pausa mercato a Ouando. Giusto per pane, formaggini da spalmare e colazione on the board.
Ritorno a dormire, mi sveglio sballottato sulla pista per Adjohoun.

Adjohoun ore 11.00.
Cavolo, avevo un appuntamento alle 10.00 col direttore di una scuola media.
Salto la riunione, tnato il capo è ammalato, mi dicono malaria, ok. Settimana senza capo.
Devo chiamare Pietro per farmi comprare il biglietto per l’Italia.
Si, mi prendo una pausa, ci vuole.
Corsa veloce a casa, scarico i bagagli, mi faccio un panino con marmellata d’ananas, riporto l’auto, prendo la moto.

Corro a scuola.
Il direttore non c’è, è in ferie, meno male che venerdì aveva preso un appuntamento.
Parlo col segretario, ho bisogno di incontrare tre ragazzi per un video sul matrimonio forzato e precoce che dovrò girare a fine mese, purtroppo ancora presente nei villaggi qua vicino.

Chiamo Cristine della 3°, mi arriva una che non conosco, cavolo si chiam Cristine ed è la sola della 3°.
Le dico Cercavo una Cristine del club dei giovani che si ritrovano nei pomeriggi per discutere e fare diverse attività. Ahh - mi dice – Forse cercavi Cristiane, alta, magra. Si, si si lei! La conosci? Si! Conosci la sua classe? Certo. Perfetto, me la chiami? Oggi non c’è!

Ma cazzo, ma qualcuno frequenta sta benedetta scuola?!
Cerco l’altro, Benjamin, fa la 4°,lo conosci? No! Non puoi andare a cercarlo? Eh diventa dura, ci sono cinque 4°.
Che palle sta scuola! Troppo grande
Ultima chance.. Chiedo di Espera, fa la 1°
Qua la scuola è al rovescio, dalla 6 alla terminal. La 1° è la penultima classe, una 4° superiore per intenderci.
Eccolo che arriva. Miracolo! Uno su quattro.
Gli do un po’ di compiti. Sei il responsabile del video – gli dico – è preso bene anche se ha l’aria smorta. Sarà questa scuola.
Ok a domani per la traduzione dell’intervista
gli ho passato un testo in francese da tradurre in Ouemé. Lingua incomprensibile ma indispensabile per la gente del posto. Alla fine, le sensibilizzazioni serviranno a loro.
E poi metto i sottotitoli in francese. Così anche a Parigi, Tahiti o Dakar capiranno.

Chiamo Pietro, dovrei comprare il biglietto per l’Italia, l’ong doveva pagarmelo, ora mi dice che devo anticiparlo, poi mi rimborsa.
Vorrei fermarmi sto fine settimana ad Adjohoun, me lo puoi prendere?
No scendi e te lo prendi
Ok, grazie - ma che bello! Ritornare in città è l’ultima cosa che avevo in testa.
Ritorno in ufficio, mi faccio l’ultima ora di riunione, dopo essere passato da casa, per vedere la ragazza delle pulizie assonnata sul divano.
Ma in questo paese, c’è qualcuno che fa il suo lavoro?
Ok, giusto darle due compiti da tenerla occupata, cazzo mi sembro un po’ un dittatore nell’impartire gli ordini, ma questa mi sembra mezza rimba.
Si finisce la riunione alle 13.45. Ora di pranzo.
Super veloce però, ci sono i tedeschi che arrivano alle 14.00. Beh si spera nel ritardo. No! Sono tedeschi, perfettamente in orario.
Beh io sono italiano, mi faccio una santa pasta e arrivo alle 14.30.
Mi dovevano aspettare perché ero l’unico con la macchina fotografica.
In auto non c’è posto. Papà e mamma tedeschi , ya, fanno 180kg. Grossi grossi. Il figlioletto invece, da solo 130 kg! Colosso! Me ne vado in moto con Ephrem. Figo!

Nuvoloni neri ci sovrastano, se piove son spacciato.. sulla strada, se si può chiamare strada, nessun riparo.. così mi dice Ephrem, giusto per farmi star bene, una risata assieme e via.
Niente k-way, l’ho lasciato in città. Nico sei un genio, stai in città giusto 2 giorni!
Ok, si parte, si lascia Adjohoun, tra vie, viuzze, caruggi beninesi causa lavori sulla strada principale.
Stanno mettendo l’asfalto, sono ormai 3 mesi che stanno lavorando su 500 metri di strada. Forse a luglio tutto sarà finito.
Si prende per una stradina, direzione Sissokobo, come il giocatore della Juve con un bo emblematico!
Passeggero di un Valentino beninese, 70 km/h su una pista totalmente sconnessa, dossi di due metri per viadotti a cielo aperto, cammino giusto segnato per la ruota di una moto, meno male che non sono in auto.


Voragini larghe una spanna e profonde due. Una piccola salitina, dove la moto arranca in prima. Sembra di scalare l’Etna dopo una colata lavica. A fatica, arriviamo in cima, con crateri un po’ più dangerou.
E Ephrem conosce la zona e va a manetta.

Poi.. il Sahara ad Adjohoun: pista inverosimile, facciamo zig zag tra piccole dune di sabbia, galline che si gettano tra le ruote, erbacce alte un metro mi frustano i piedi di sole infradito.

Le palme ci sovrastano, alte giusto un paio di metri, ci oscurano il sole. Entro in una galleria naturale di qualche kilometro.
Sto sognando, immerso nella natura, Into the wild!
Poi la strada torna piatta, terra battuta, una vallata ci appare dall’altra parte.
Tutto è verde, fiorito, farfalle ovunque, bianche, arancioni, gialle, rosse, nere, blu, minuscole come la falange di un mignolo, maestose come il palmo aperto di una mano, qualcuna rapida, frenetica, altre calme, leggiadre.
Ma dove sono arrivato?! Uno squarcio sull’Eden?

Dopo un’oretta arriviamo al villaggio. Sperduto in un angolo di paradiso.
All’entrata hanno abbattuto delle palme, da dove gocciola uno strano liquido dentro l’interno di una zucca. È il vino di palma!
Un gruppo di donne ci attende.
Ci festeggia, canta, danza, ci sorride.
Stanno lavorando la manioca: vecchi, bimbi, donne, uomini, l’intero villaggio, circa trenta persone sono lì con noi.
In regalo una pressa per fare il gari (una specie di farina della manioca).
Si balla assieme, si beve assieme, si ride assieme.
Si parla in francese, in tedesco, in inglese, in ouemé. Intercultural!
Saluti e si riparte, un’altra ora per ritornare.


Ciao Paradiso, ti ho visto e mi sei piaciuto!

Pomeriggio in ufficio. Un po’ di depression.. che fare, tocca a me organizzare la settimana.
È proprio vero che se non c’è il gatto, i topi ballano e io non sono un gatto.
Sono un volontario, posso fare il topo… e allora tutti a bere una birra, sono le 19.00, ci tocca!
Poi salta la luce, dove si mangia? Da me!
Tutti e cinque con lanterne, pile, cellulari, candele.
Una pasta veloce veloce, si scola e zac! Ritorna la luce!
Perfetto! Giusto per vedere quello che si mangia, per assaporare bene la birra, per vedere l’altro sorridere, ridere di gusto.
Serata di festa.

Tutti pancia piena, birre finite, fuori piove, non troppo forte però, meglio tornare a casa allora.
A domani!

GIUSTO PER CAPIRCI UN PO

J’aimerai bien parler en français mais je sais que mon français c’est un de plus pire.

Quindi parlo in italiano.

Non volevo mostrarmi sborone, per nulla.

È solo che passando il tempo qui, in terra francofona, mi diventa più facile a volte, esprimere dei concetti in questa lingua gallica. Anche se qui di gallico c’è ben poco.

Mi sto mangiando un piatto di riso con fagioli rossi e cipolle.

In effetti l’ho iniziato e la voglia di scrivere mi ha bloccato.

Prima di dire ciò che voglio dire, è meglio che finisca il piatto. Datemi cinque minuti, il piatto è misero.

Beh, forse misero, ma abbondante, ne ho lasciato un po’ per domani, giusto un assaggio.

Io ritorno in villaggio,ma la donna tuttofare di casa sarà ben felice di iniziare la mattinata con uno spuntino riso e fagioli. Qua funziona così.

E quindi, pensavo alla mia cena: fagioli, cipolle e riso.

Un barattolo da 250 fr, una cipolla da 50 fr e due pugni di riso abbondanti da 70 fr.

Totale cena: 370 fr, circa 60 €cent.

E il mio pranzo oggi è stato gari (tritato di manioca) con fagioli: un piatto per 100 fr =15 €cent.

Per aiutarmi a non dimagrire, che la famiglia si preoccupa, ho mangiato qualcosa di non troppo autoctono e alla portata di tutti: due formaggini spalmabili e una baguette tot. 315 fr = 50 €cent.

Nulla di nulla per noi.

Certo. Ora però volevo farvi capire come funziona qua.

La mia misera cena che mi è costata 60 €cent per la gente di Adjohoun, la mia cittadina, è cosa impensabile, almeno per un buon 80% della popolazione e sono sicuro che la mia percentuale sia per difetto.

Immaginate voi, la gente di un villaggio qua lavora o si arrabatta tutto il giorno pe ravere un beneficio di 500 o 1000 fr al giorno, da 80€cent a 1€60cent.

Lo capite, che è qualcosa di insignificante per noi.

Lo capite, che lavorano tutto il giorno e devono sfamare una famiglia con 3-4-5 figli.

Lo capite, come può essere instabile la loro vita, la gestione della famiglia.

Lo capite, perché poi ti ritrovi bimbi di 6-8-10 anni lavorare per la strada a vendere delle fritture, dare una mano al meccanico.

Le loro mani nere,non per la pelle, ma sporche di grasso, di terra, già callose, deformate dal alvoro.

Il sorriso l’hanno perso dal loro sguardo.

La durezza della vita è piombata loro addosso quando non avevano ancora 5 anni.

A me è capitato a 22 anni!

E non mi ha costretto a smettere tutto, ad annientare la mia personalità.

Scopri la sofferenza.

E poi ti chiedi perché vedi adulti grezzi, che sembrano privi di emozioni.

Ne hanno di emozioni, ve lo assicuro, non sono solo abituati a esternarle.

Quando erano piccoli non è stato loro concesso e da adulto diventa difficile fare i primi passi pe runa nuova avventura. No grazie, i problemi, le priorità sono altri.

Ti trovi quindi in una popolazione diversa da te, o almeno da me e vorresti, non che diventino come te, non sia mai, ma che almeno abbiano la possibilità di una scelta, scegliere in parte il loro destino, il loro futuro.

Non so se da soli, completamente soli, potranno farcela. È un cammino in salita, duro, che non incontra discese subito anzi, una volta che inizi a scalare, ti accorgi che diventa sempre più ripido e ti tocca arrenderti o ancora più agguerrito, provi a scalare questa montagna.

Assieme diventa di sicuro meno arduo.

Quindi, uniamo le forze, le idee, le proposte.

Iniziamo da un posto, un paese, una città, un villaggio.

Milioni di villaggi in questo nostro mondo hanno bisogno.

Troviamo un inizio, scegliamo un campo.

L’agricoltura per combattere la fame.

La sanità per sconfiggere le malattie.

L’istruzione per debellare l’ignoranza e dare un futuro.

Tre punti. Semplice! Prendiamo spunto dal nostro paese, siamo già avanti rispetto a una buona parte del mondo.

Prendiamo il buono che conosciamo, mettiamoci assieme e qualcosa di sensato faremo.

Certo, servono fondi, ma non è il primo passo, sono il mezzo, la chiave di volta, la lampada per realizzare i sogni.

Ma senza le nostre capacità, le intuizioni, le esperienze, le conoscenze, le abilità, verrebbero sperperati in pochi attimi.

Quindi è ben prima esporre idee, concrete, veloci, qua il mondo corre e non ci aspetta, diceva Saramago “la storia va più veloce dei pensieri”.

Diamoci una mossa e smettiamo una buona volta di lamentarci.

Non abbiamo nulla per cui frignare.

venerdì 11 giugno 2010

STOP!


Benin, Togo, Adjohoun, Cotonou, Africa, Italia, Mondo, la mia vita.

Che strada prenderà la mia vita?

Forse quella che intraprenderò ora, domani, nell’immediato.

Mi dico che non devo attendere il futuro ma vivermi il presente.

E come veglio vivermelo questo presente?

Tante domande e poche risposte, dubbi di inizio cantiere e devo ancora occuparmi delle fondamenta.

Claro, vivermi il presente ma con un occhio di riguardo al futuro.

Cosa voglio per me, per il mio futuro?

Voglio girare il mondo, voglio vivermi il più possibile questo globo, conoscere le più disparate mentalità, vedere i posti più lontani, respirare l’aria più fresca, nuotare nei mari più profondi, scalare le cime più alte.

Avere neve, sole, pioggia, vento.

Caldo, freddo, tutte le comodità e nessuna comodità.

Camminare, correre, saltare, stare fermo.

Voglio l’auto, la moto, la bici, i miei piedi, la barca,il bus, l’aereo, l’elicottero, il treno.



IL CAMION NOOOOO!

Non voglio possedere nulla ma vivermi tutto.

Questo mondo sono le città più evolute e le lande più remote.

Essere nella tecnologia più futuristica e tornare nell’era più antica.

Questa terra mi da questa possibilità.

Devo capire solo come intraprendere questa mia avventura che è la vita.

Inizio di tutto: la comunicazione.

Poter comunicare col mondo ti fa conoscere il mondo.

Come voglio conoscerlo?

Ho tanta fretta dentro, fretta di non poter riuscire a far tutto.

A un certo punto capirò che devo fermarmi, sarò stanco o forse starò bene a stare fermo.

Stop!

Ecco, devo trovare il mio stop. A quel punto starò in pace con me stesso.

Ma prima di questo c’è tutto un cammino, una crescita, un movimento.

La creazione più grande e complessa di questo mondo è l’uomo.

Per me uomo, la donna è quella parte che mi farebbe vivere a pieno la mia esistenza.

Ovvio non posso accontentarmi di avere una donna senza tutto quello scritto in precedenza.

E tutto quello scritto in precedenza senza una donna, sarebbe come avere una bella auto senza benzina, una casa senza le chiavi della porta d’ingresso.

Con una donna puoi creare la vita, quale dono più grande?

Quale felicità più eccelsa?

La vita, cosa c’è di meglio.

Vivere una vita, creare una vita, è movimento, azione, è aria che si libbra nel cielo, è sole che scalda il suolo, è acqua che bagna, è terra che fa crescere.

Gli elementi della natura, la vita è la natura.

Il cemento è la rovina, il petrolio la morte. I rifiuti sono il degrado.

Riciclare, questa è la formula, creiamo troppo e non sappiamo come riciclarlo, tutto è oramai troppo complesso.

In una natura così incontaminata e ancora pura, come quella dove sto vivendo, diventa triste vedere sacchetti neri di plastica, latte di aluminnio, pile, batterie, tutto questo sparso nella natura.

Qua, dove certe tecnologie non sono ancora arrivate, già solo il semplice sacchetto nero nella terra zapapta da mani callose è triste da vedere.

I miei avi zappavano la terra e potevano trovare un vaso di terra cotta, delle ossa sepolte.

Che ne è invece di quelle società evolute, forse troppo avanti che non perdono più tempo per un’insignificante sacchetto di plastica?

È questo lo sviluppo?!

Creare enormi muri solidi per meglio nascondere immense sporcizie dietro?

Stiamo evolvendo o ci stiamo degradando?

Diceva Manzoni : ai posteri l’ardua sentenza.

Non siamo forse noi i posteri o dovremmo passare la palla a qualcuno ancora più sfortunato di noi?

Mi sento a disagio.


C’è una riunione , una restituzione di uno studio da parte di una struttura italiana che era stata qualche mese nostra ospite lo scorso anno.

La ragazza coordinatrice del progetto sta spiegando per intero lo studio.

Invitati, oltre che l’intera equipe , erano il sindaco e la giunta, il presidente degli artigiani, alcuni direttori di diverse scuole e alcuni responsabili locali come il capo quartiere e la presidentessa di un gruppo di donne lavoratrici di un villaggio vicino.

Ore 15.00 --- Inizio Riunione

Ore 15.30 --- Non c’è ancora nessuno

Ore 16.00 --- Iniziamo lo stesso, si presenta l’equipe e tra gli invitati esterni si presentano soltanto il capo quartiere e la signora del villaggio.

Non riesco a non ridere

Siamo seduti introno ad un tavolo quadrato, troppo pochi per la sala intera

Siamo 4 bianchi, l’assistente sociale, i 2 animatori e i 2 poveretti.

Poveretti perché inizia la riunione : tutte nozioni e informazioni specifiche troppo complesse, soprattutto per la povera donna.

Lei stanca morta, dopo pochi minuti chiude gli occhi, l’animatore traduce ogni frase in dialetto ouemé ma lei alza a fatica le palpebre. Lei dovrebbe essere quella di aiuto maggiore, essendo sul terreno, ma si vede che ha passato tutta la mattina a lavorare e ora sta crollando. La testa ciondola a destra e a sinistra.

Cavolo, deve essere forte e soprattutto straziante per lei, intorno ad un tavolo, con 4 bianchi, che scrivono sul proprio taccuino, si domanderà : ma che cazzo hanno da scrivere?

Non sarà mai stata con cosi tanti bianchi, e di sicuro non gliene frega un tubo.

Ma già me la vedo quando ritornerà a casa quante risate si farà con la famiglie e le amiche sue… cosa racconterà di questi bianchi visti da vicino, seri, impegnati in qualcosa di fumoso e per nulla tangibile.

Ora forse aspetta il rinfresco finale, qualcuno dovrà dirglielo che non è previsto..

Ma chi gliela fatto fare..

In un mondo africano, in una parentesi europea una donna beninese.. può funzionare?