Questo significa far parte di una comunità. Per un momento mi son chiesto che cosa sarebbe successo, fosse accaduto in una nostra città o in un nostro paese o in un nostro quartiere. L’Africa ha tanto da insegnare.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO - REGIONE ORIENTALE - DISTRETTO HAUTE UELE - DUNGU DORUMA DURU
domenica 31 gennaio 2010
La comunità di Adjohoun
Questo significa far parte di una comunità. Per un momento mi son chiesto che cosa sarebbe successo, fosse accaduto in una nostra città o in un nostro paese o in un nostro quartiere. L’Africa ha tanto da insegnare.
venerdì 29 gennaio 2010
Giù al fiume
Il mio lavoro è iniziato, e come primo incarico devo fare un’indagine di mercato a livello provinciale sui mestieri nella Commune d’Adjohoun, la cittadina dove passerò la maggior parte del mio tempo. Questo servirà a valutare, per ogni singolo atelier, il livello di domanda sul mercato, dato fondamentale per la creazione del Centro di formazione, per il quale inizieranno i lavori di costruzione il prossimo 15 febbraio. Il Centro sarà costituito da cinque atelier, dove cinque maitre artigiani insegneranno a ragazze e ragazzi dai 14 ai 17 anni una professione, per agevolarli nel loro futuro mondo del lavoro.
È quindi molto importante comprendere in questo momento come funziona il mercato in questa cittadina.
Devo però spiegare che ad Adjohoun solo una persona su dieci parla correttamente francese, il resto della popolazione conosce giusto i saluti e qualche breve frase che ha sentito alla televisione.
Mi è quindi fondamentale l’appoggio del signor Salam Dine, segretario dell’Associazione Artigiani della Commune d’Adjohoun, in quanto conoscitore dei vari ateliers e delle piccole imprese sparse per il territorio, agevolatore nelle comunicazione con i diversi artigiani e indispensabile traduttore dal francese al ouemè (lingua parlata nell’omonima vallata).
Questa inchiesta mi sta notevolmente aiutando a conoscere meglio la gente di Adjohoun. Essendo sempre in moto con Salami (così è chiamato dai suoi concittadini), i giovani, le donne e gli anziani, vedono passare per le vie e i sentieri della propria città questo yovo, questo bianco, e dopo solo una settimana di lavoro inizio già a sentire il mio nome, c’è il taxista che come un forsennato urla NICO NICO anche se sono lontano, c’è la sarta di fronte all’ufficio che ogni volta che passo mi invita nel suo atelier e mi da qualche lezione per la lingua anche se non è un’ottima professoressa e intanto mi diverto con suo piccolo pargolo immerso nel borotalco,
c’è il simpatico panettiere che ha avuto un passato movimentato in Gabon, Senegal e Togo e ogni incontro è una scusa per sapere qualcosa, io dell’Africa, lui dell’Europa.
Vi sono state giornate bizzarre, i mille passaggi alla Brigade, che vi racconterò in seguito, le sensibilizzazioni nei villaggi nascosti in orari notturni, dove proiettiamo film con tematiche: lo sfruttamento e la tratta di minori, i matrimoni forzati…
Oggi siamo passati al fiume..non ci ero ancora stato e sapevo che c’era del movimento.
Lungo il sentiero ritornavano donne e bambini con in testa bacinelle piene di sabbia che avrebbero poi rivenduto al mercato..lungo le sponde del fiume invece c’era un intero villaggio. Decine di donne, uomini e bambini si occupavano della raccolta della sabbia.
Ognuno aveva il suo ruolo, un equipe di quattro uomini si spostava con la piroga e in mezzo al fiume si immergeva per raccogliere dal fondale la sabbia, caricata la piroga la portava a riva e la lasciava alle donne, che dividevano l’acqua dalla sabbia e infine donne e ragazze trasportavano la sabbia per creare un immenso mucchio. Lì c’era un gruppo di uomini e ragazzi che muniti di pale e badili caricano un camion.
Ogni giorno caricavano tre grossi camion, sei giorni alla settimana, 72 camion ogni mese partiva dalle sponde del fiume per rifornire i muratori della valle.
L’intero villaggio lavorava sulle sponde del fiume, chi non raccoglieva la sabbia, si occupava dei viveri, chi dell’acqua per i lavoratori, chi badava ai bimbi più piccoli, i neonati invece restavano legati alla schiena della madre, mentre riempiva la bacinella e se la caricava in testa, con l’acqua che le lambiva il bacino.
Questo estenuante lavoro da a loro dai 1000 ai 2000 Franchi al giorno, ovvero da 1€ e 50 cent a 3€.
Questa è la vita al fiume, questa è la fatica del villaggio, questa è la loro sopravvivenza.
venerdì 22 gennaio 2010
Verso Adjohoun
Prima settimana di lavoro superata, o meglio, vissuta!
Dopo essermi ambientato dalla vasta Cotonou, fatto alcune conoscenze con altri servizi civili italiani, cooperanti belgi, volontari internazionali francesi, diplomatici brasiliani, artisti musicali e grafici beninoise; dopo aver girato in zem (la moto-taxi) per vie sabbiose, dopo aver banchettato in comitiva sulla spiaggia, dopo aver gustato le brelibatezze del più duraturo ristorante della città (ristorante thailandese), sono partito per scoprire il mio lavoro.
Non aspettatevi azioni eroiche.
Sono partito per Adjohoun. Lasciata Cotonou, viaggio in direzione Porto-Novo, sulla strada mille moto, cinesi soprattutto e scooter, tutti senza patente e lo capisci dalla confusione e dai rischi che creano ad ogni incrocio.
Lungo la strada , a pochi kilometri dalla Nigeria incrocio un ibrido, costruito ad hoc, un incrocio tra una vespa e un'ape. Non parlo dei piccoli insetti, ma dei nostrani automezzi. Il muso è quello della vespa, solo che dietro c'è un vano tipo quello dell'ape, è un vano cubico, completamente chiuso, e a cavalcarlo in testa, c'è l'autista.
Dentro benzina dalla Nigeria..
una bomba fatta vettura, ideale per gli attacchi kamikaze..
In Benin invece serve per trasportare la benzina di contrabbando.
Qua è illegale, ma solo sotto il sole, dentro un'enorme contenitore di ferro con ruote e motore è normale!
La benzina viene poi venduta alle centinaia di capanne lungo la strada, dove qualunque automobilista può fermarsi e ,pangando decisamente meno, far benzina.
Quando attraversi Porto novo, rivedi quella città coloniale che era stata un tempo, le case, il porto ha un qualcosa di già visto, di già letto.
Poi inizia la strada per il nord, i primi 10 km sono su asfalto, o almeno, gran parte è su asfalto, poi c'è la svolta a sinistra, uno scalino di 30 centimetri divide la strada principale da quella in terra rossa.
Si passa attraverso una decina di paesini, la strada è larga, piena di buchi, la gente ti guarda e ti saluta! Ti trasmette serenità.
Poi, Adjohoun.
Adjohoun, questa è la mia postazione di lavoro, questo sarà il mio ambiente, Cotonou, la grande città, sarà solo la sede dove potrò svagarmi
Qua la realtà è totalmente differente.
Qua gli unici bianchi siamo noi che lavoriamo, ovvero il mio coordinatore Paese, la mia responsabile progetto ed io.
Qua c’è solo un maqui, ovvero una specie di bar-pub-trattoria, visto con occhi di un europeo, questo maqui però non è come quello della città, ci sono tre tipi di piatti, tre tipi di birra, coca-cola, fanta, sprite, malta e acqua.
Qua non ci sono supermercati e neppure boutiques dove poter fare una “spesa”, ci sono delle piccole bancarelle, c’è una signora che ti vende pane, rigorosamente a coppie di due, già incelofanato, puoi trovare cipolle, pomodori, banane, spaghetti, arance, se sei fortunato papaya.
Questo è quello che puoi comprare.
Ci sono lungo la strada tante donne, che ti vendono un piatto di quello che hanno cucinato, per la maggior parte manioca tritata , in polvere, da far bollire con l’acqua.
Tutti gli altri alimenti li trovi a Porto-Novo, la prima grande città, che dista un’ora d’automobile.
Ogni famiglia, nella propria casa, nella propria aia coltiva e alleva giusto per il fabbisogno famigliare. In ogni villaggio ci sono gruppi di donne che lavorano l’olio di palma, necessario per cucinare i diversi piatti.
Lungo la strada, passando veloce in moto, se non hai troppa polvere rossa sugli occhi, riesci a vedere la gente che cammina con qualcosa in testa, chi un grosso sacco, chi una bacinella piena d’acqua, chi un cesto con degli ortaggi, chi un recipiente vuoto che andrà a riempire.
Difficilmente riesci a comunicare con la gente, pochi sanno parlare francese. Appena i bambini ti vedono, ti chiamano, gesticolano con le mani, ti corrono in contro, yovo yovo, bianco bianco, in lingua fongue.
Per loro diventi attrazione, anche senza parlare, per il solo fatto che ti hanno visto. Una volta che ti trovi davanti, rimangono muti, impauriti da quest’individuo così diverso da loro. Chissà cosa è stato loro raccontato, chissà che cosa pensano. Non sembrano interessati realmente a conoscerti, hanno altri interessi, ritornare a casa, finire dei lavori.
Questa la prima visone, i primi sguardi di Adjohoun, la mia città, la mia casa, la mia esperienza.
sabato 16 gennaio 2010
SOLE E ONDE OCEANICHE
E ti senti piccolo, un insignificante puntino su un'infinita distesa in continuo movimento..
intorno un piccolo stabilimento balneare, ovviamente del tutto diverso dai nostri abituali Bagni in liguria, qualche capanna col tetto di foglie di palma, una cucina in continuo movimento, mille persone che si muovono lentamnete, senza esagerata fretta, una decina di sdrai in faccia al sole, sotto alte palme di cocco e poi, poco più in là un villaggetto di pescatori. Le foglie di palma sono utilissime, sono il tetto delle otto case,sono le cancellate per ripararsi dal vento di Nettuno,sono le porte d'ingresso, sono le stuoie dove ti ricorichi per dormire, sono i cappelli per i turisti.
In attesa che il mare li chiami, i pescatori aspettano che arrivino i pesci, aspettano all'ombra, bevendo un liquore insapore ma che brucia dentro, che non fa pensare. Intanto tra il villaggio e il mare, rimane LEGBA, lo spirito protettore del villaggio, sotto un piccolo tetto, una statua di terra e legno, simbolo anche di fertilità e prosperità..
Lui li protegge e li aiuta..noi ritorniamo sulla strada di sabbia..con i bimbi che ti chaimano..Bonne soire Yovo, ca va bien merci!
mercoledì 13 gennaio 2010
Bienvenue dans le Danxomé
Il povero Dan, fu ricordato solo per questo, poichè di lì a poco venne ucciso.
Ma la storia del Benin preferisco raccontarla un'altra volta, quando avrò più tempo e soprattutto più conoscenze
Per il momento mi accontento di vivere quello che sto vivendo e per essere passati solamente quattro giorni e tre notti, ne ho già da raccontare.
Sono sceso dall'aereo pensando che mi sarebbe bastato levarmi il maglione per star bene, invece una ventata calda e umida mi ha completamnete inglobato facendomi sudare, in un istante, trovandomi inzuppato maglia pantaloni calze e mutande. La prima notte mi è servita per ricordarmi quanto sono fondamentali le zanzariere sopra il letto.
Stanco decisi di non fissarla e mi accontentai di accendere la ventola; purtroppo non avevo fatto i conti con la corrente del Benin, e di un maledetto frigorifero che oltre a farmi diventar poltiglia il pezzo di parmigiano che avevo portato dall'Italia, mi ha fatto saltare la luce nel bel mezzo della notte.
E proprio in quel momento quando l'aria smise di girare e il mio corpo iniziò a sudare all'invero simile, fui attaccato da una miriade di zanzare che non mi diedero tregua fino all'alba quando magicamente il guardiano della casa riattivò il contatore e ricominciai a respirare.
Ma siamo all'inferno in questo benedetto ventre di Dan?!
La prima cosa che feci il secondo giorno, fu di installare immediatamente la zanzariera!
Nella sera invece, convinto dal mio coordinatore paese sono andato a prendere lezioni di boxe in un parcheggio davanti al palazzetto di Cotonou e come allenatore si presentò il campione africano dei pesi mosca, la categoria più leggera. Purtroppo per nulla leggero fu l'allenamento, per il quale ancora adesso ho le braccia che mi dolgono.
All'alba del terzo giorno siamo partiti per Bohicon e Abomey, l'antica capitale del celebre regno, dove grazie all'ausilio di un amico guida super preparato, nonchè direttore del museo della città, ho girovagato per le due città, in moto, obbligatoriamente senza casco per strade dove qualche volta spuntava qualche striscia rovinata di asflalto.
Lì ho appreso la storia del Benin e son stato in una zona sacra voudon, ma anche di questo preferisco parlarne un'altra volta, troppe notizie troppo interessanti e profonde non devono essere banalizzate.
Come in Senegal, anche in Benin il succo dei semi del frutto del Baobab mi hanno aiutato a superare fastidiosi momenti di cagarella..santo buì.
La notte l'ho passata dormendo da un cooperante francese, su un materasso completamente sfondato tra i panni stesi della lavanderia.
Con la sveglia alle 6 abbiamo preso un taxi beninese, ovvero, immaginate l'auto dei nostri nonni di 10 anni fà, fategli fare ancora 100 mila kilometri solo su strade di campagna e potete avere cosi un'idea dell'auto che mi ha portato a casa dopo 3 ore di viaggio.
Ora è tempo di riattare la ventola e coricarmi sotto la mamma zanzariera..
venerdì 8 gennaio 2010
Sermig-Arsenale per la Pace: formazione Servizio Civile Nazionale all’Estero



Oggi è iniziato il loro breve cammino di conoscenza dell’altro e di loro stessi, la loro partenza, prima mentale poi fisica. Già senti i suoni dei tamburi, odori le spezie, insabbi le dita nella calda terra, assaggi ricche pietanze e vedi. Vedi il mondo.
