Il mio lavoro è iniziato, e come primo incarico devo fare un’indagine di mercato a livello provinciale sui mestieri nella Commune d’Adjohoun, la cittadina dove passerò la maggior parte del mio tempo. Questo servirà a valutare, per ogni singolo atelier, il livello di domanda sul mercato, dato fondamentale per la creazione del Centro di formazione, per il quale inizieranno i lavori di costruzione il prossimo 15 febbraio. Il Centro sarà costituito da cinque atelier, dove cinque maitre artigiani insegneranno a ragazze e ragazzi dai 14 ai 17 anni una professione, per agevolarli nel loro futuro mondo del lavoro.
È quindi molto importante comprendere in questo momento come funziona il mercato in questa cittadina.
Devo però spiegare che ad Adjohoun solo una persona su dieci parla correttamente francese, il resto della popolazione conosce giusto i saluti e qualche breve frase che ha sentito alla televisione.
Mi è quindi fondamentale l’appoggio del signor Salam Dine, segretario dell’Associazione Artigiani della Commune d’Adjohoun, in quanto conoscitore dei vari ateliers e delle piccole imprese sparse per il territorio, agevolatore nelle comunicazione con i diversi artigiani e indispensabile traduttore dal francese al ouemè (lingua parlata nell’omonima vallata).
Questa inchiesta mi sta notevolmente aiutando a conoscere meglio la gente di Adjohoun. Essendo sempre in moto con Salami (così è chiamato dai suoi concittadini), i giovani, le donne e gli anziani, vedono passare per le vie e i sentieri della propria città questo yovo, questo bianco, e dopo solo una settimana di lavoro inizio già a sentire il mio nome, c’è il taxista che come un forsennato urla NICO NICO anche se sono lontano, c’è la sarta di fronte all’ufficio che ogni volta che passo mi invita nel suo atelier e mi da qualche lezione per la lingua anche se non è un’ottima professoressa e intanto mi diverto con suo piccolo pargolo immerso nel borotalco,
c’è il simpatico panettiere che ha avuto un passato movimentato in Gabon, Senegal e Togo e ogni incontro è una scusa per sapere qualcosa, io dell’Africa, lui dell’Europa.
Vi sono state giornate bizzarre, i mille passaggi alla Brigade, che vi racconterò in seguito, le sensibilizzazioni nei villaggi nascosti in orari notturni, dove proiettiamo film con tematiche: lo sfruttamento e la tratta di minori, i matrimoni forzati…
Oggi siamo passati al fiume..non ci ero ancora stato e sapevo che c’era del movimento.
Lungo il sentiero ritornavano donne e bambini con in testa bacinelle piene di sabbia che avrebbero poi rivenduto al mercato..lungo le sponde del fiume invece c’era un intero villaggio. Decine di donne, uomini e bambini si occupavano della raccolta della sabbia.
Ognuno aveva il suo ruolo, un equipe di quattro uomini si spostava con la piroga e in mezzo al fiume si immergeva per raccogliere dal fondale la sabbia, caricata la piroga la portava a riva e la lasciava alle donne, che dividevano l’acqua dalla sabbia e infine donne e ragazze trasportavano la sabbia per creare un immenso mucchio. Lì c’era un gruppo di uomini e ragazzi che muniti di pale e badili caricano un camion.
Ogni giorno caricavano tre grossi camion, sei giorni alla settimana, 72 camion ogni mese partiva dalle sponde del fiume per rifornire i muratori della valle.
L’intero villaggio lavorava sulle sponde del fiume, chi non raccoglieva la sabbia, si occupava dei viveri, chi dell’acqua per i lavoratori, chi badava ai bimbi più piccoli, i neonati invece restavano legati alla schiena della madre, mentre riempiva la bacinella e se la caricava in testa, con l’acqua che le lambiva il bacino.
Questo estenuante lavoro da a loro dai 1000 ai 2000 Franchi al giorno, ovvero da 1€ e 50 cent a 3€.
Questa è la vita al fiume, questa è la fatica del villaggio, questa è la loro sopravvivenza.
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