La nostra individualità è un dono, qualcosa di potente, prezioso; non usiamola come una chiusura all’altro, un muro.
Non è un’ottusità, bensì una profondità.
Troviamo il tempo di pensare, ragionare con la nostra testa.
Smettiamo per un momento di ascoltare l’altro.
Ci distacchiamo dal mondo solo quando abbiamo un beneficio, un premio che vogliamo tenerci per noi stessi.
Ma stiamo sempre ad ascoltare l’altro sempre, soprattutto se quello è il più forte, il più grande, il più bello, il più potente.
Difficilmente ascolteremo l’escluso, il diverso, l’altro.
Abbiamo paura di fare il primo passo, aspettiamo, non rischiamo, abbiamo paura.
Capita che non osiamo chiamare un amico, un invito a cena, un incontro, un saluto.
Potremmo disturbarlo, avrà qualcosa importante da fare e così rimaniamo sempre più soli, distaccati dal mondo.
Abbiamo paura di fare qualcosa che ci renderebbe felici, figurarsi fare qualcosa di cui non conosciamo gli esiti.
Paura di dare una carezza, perché l’altro non la possa accettare, paura di abbracciare l’altro.
Mi è capitato più volte di fare il primo passo e ho visto poi negli occhi dell’altro felicità, tranquillità, serenità.
Non possiamo aspettare che sia sempre l’altro a fare il passo.
Immaginate all’ora l’ultimo venuto, uno straniero, come può lui, fare il primo passo? In una terra che non conosce, senza punti di riferimento, con mille occhi puntati addosso, ascolta voci che sussurrano di lui ma non capisce.
E qua almeno ho la fortuna vhe la gente mi considera, mi chiama, mi chiede semplicemente come sto.
È usanza qui prima di prendere un taxi,salutarlo e chiedere come sta, se il lavoro è andato bene.
Occupa giusto 30 secondi, ma dopo mi smebra di viaggiare con qualcuno che conosco, di fiducia.
Scendo dalla moto, lo pago, lo saluto, rido e gli auguro buon lavoro e buona giornata.
Ogni mio viaggio in moto è una conoscenza, seppure banale e superflua, difficilmente vedo l’altro come uno straniero.
Questo mi fa vivere sereno.
Sereno in un posto, dove alla sera, attraverso vicoli scuri, cammini di sabbia e pietre, passanti che nel buio non noti. Ma sono sereno.
E da noi invece che succederebbe a girare in posti bui, da solo?
Mi chiedo se davvero noi abbaimo tutta questa serenità!
E non è un pacchetto sicurezza che ci fa vivere più spensierati, anzi viviamo ancora più nell’angoscia.
Un terrore che non ci fa apprezzare le bellezze della vita coem una passeggiata notturna in solitaria o in coppia.
Ci viene facile parlare di sviluppo, di miglioramento.
Sono le nostre città un buon esempio?
O forse è meglio se ci guardiamo negli occhi e ci rimbocchiamo le maniche per fare delle nostre case un posto migliore per vivere.
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