Era appena passata l’una,stavo andando a mangiare a casa, computer spento, borsa a tracolla, chiavi della moto tintinnanti nella mano.
Nicooo!! Grido classico beninese, Bertin, l’assistente sociale, nonché mio” tutor”,mi chiama, si avvicina stile ora inizia la sviolinata e col sorriso da ebete mi domanda un favore.
In Benin i salamelecchi vanno alla grande, anziché andare al dunque, qua amano girarci attorno per ora.
Arriviamo al punto, bisogna accompagnare al suo villaggio natale una ragazza che risiede da qualche mese dalle suore ad Adjohoun. Normalmente è un lavoro che spetta agli animatori, incaricati di occuparsi in pieno delle situazioni a rischio prese in carico dal nostro progetto.
Purtroppo nella loro ottima gestione, sia il giovane sia il meno giovane sono impegnati, avendo non uno, ma ben due attività da svolgere all’una e negando addirittura l’evidente impossibilità di poterle svolgere entrambe.
Si sviolina alla coordinatrice il 4x4 e si parte, non conosco la destinazione, me la spiegano e comprendo che solo la ragazza conosce il villaggio.
Recuperiamo i suoi due sacchi di abiti e cianfrusaglie dalle suore e partiamo.
Lasciamo Adjohoun sulla pista principale, in direzione Azowwlissé, l’altro “grande” arrondissement, dopo qualche km svolta in una mini-pista, dove l’auto calza a pennello la stretta carreggiata. Banale ricordare che non si riesce a superare i 40km/h per i crateri in strada causati dall’acqua e da una manutenzione vecchia almeno 15 anni.
Come navigatore, il mio fedele assistente sociale, mi indica sempre all’ultimo la strada da prendere arrivati ad ogni incrocio, aiutandomi nelle indicazioni: “Vai di là”, “Prendi di qua così”, “Quella no, anzi sì”.
Il tutto è molto divertente perché mi indica le strade con le mani immobili sulle ginocchia, diventa quindi impossibile comprendere dove dirigermi.
Se la strada percorsa è accidentata, più ci addentriamo nella foresta, più tutto si rimpicciolisce: le piante sovrastano la via, le palme ombreggiano la terra della strada, le curve aumentano, le buche si allungano a dismisura, e ti trovi col 4x4 inclinato di 30° per qualche km.
Ho chiesto due volte ai colleghi se da quelle strade passavano le auto. La prima risposta, prima di arrivarci è stata: “ Ma certamente!”, una volta incastrati tra i rovi, le piante rampicanti, con nessuna possibilità di scendere, di fare inversione, di andare in retro, dopo una risata nervosa, simpaticamente mi confidano che da due anni a questa parte, quando sono passati non hanno mai incrociato un’auto.
Mi rassicuro, finalmente uno spiazzo, di sabbia, ci incastriamo, cavolo una volta che c’era lo spazio per un’inversione!
Testiamo il 4x4 e tutto funziona. Percorriamo ancora qualche centinaia di metro con le palme che raschiano il tettuccio e le fiancate.
Finalmente nel villaggio, in tutto neppure 15 capanne, di cui un paio senza tetto e disabitate. Muratura in fango primordiale, con infissi di resistentissime foglie di palma, giacigli su comode foglie di palma intrecciate. Ci sono solo donne e bambini, ogni madre ha attaccato al seno un cucciolo d’uomo e un altro alto neppure 80 centimetri che barcolla nella sua ombra.
Nessuna traccia degli uomini, saranno nei campi a lavorare o a dormire all’ombra di qualche palma.
Lasciamo la ragazza, parliamo con degli adulti che però non fanno parte della famiglia e ripartiamo.
Chiedo a Bertin di raccontarmi la storia della giovane, prima in sua compagnia non mi andava, pur sapendo che comprendeva poco e niente del francese.
Joanna, ha 15 anni, a prima vista diresti che ha 19-20 anni, comprendi dopo che ha già vissuto tanto, troppo per la sua giovane età.
Due anni fa parte per iniziare l’apprendistato in un atelier di cucito nella capitale a Porto Novo, làò c’è la sorella maggiore che lavora in un altro atelier e le offre un giaciglio per dormire. La madre le ha lasciate quando lei era piccola, non si ricorda che faccia avesse, e non ha nessuna idea di dove si trovi. Il padre è quasi sempre assente,e quando è a casa puzza sovente di vino di palma.
Joanna è nella capitale, lavora per un anno nell’atelier, ha appena compiuto 14 anni quando il suo padrone le chiede una quota per l’apprendistato, non riesce a pagarla a pieno e chiede aiuto al padre. Quello viene parla con uno zio della città, infine con un conoscente che vive in periferia di Porto Novo.
A insaputa di Joanna, suo padre l’ha appena venduta a un quarantenne, fingendo di mandarla a lavorare in un altro atelier di cucito fuori città ma meno caro.
Dopo qualche mese, le avances dell’uomo diventano insistenti, lui diventa manesco e una sera la prende con la forze e la violenta. Joanna era di sua proprietà, aveva fatto un accordo col padre, era un suo diritto prendersela. Lei dopo alcuni momenti finge di starci e si concede all’uomo, il quale vedendola docile si stufa presto. Joanna finge di star bene, cucina per l’uomo e si corica al tramonto.
Aspetta le quattro del mattino e in piena notte tenta la fuga, attraversa 5 km di bosco fitto e buio, un bosco che non conosce, non è quello di casa, nessun vicino la conosce, raggiunge la strada asfaltata, cammina fino a porto Novo, trova diversi passaggi e ritorna ad Adjohoun. In città incontra uno zio che le suggerisce anziché di dirigersi direttamente a casa dove potrebbe ritrovare il padre che non ci penserebbe due volta a rivenderla, di andare alla brigade e raccontare tutto all’ufficiale in caserma, di denunciare l’accaduto.
Joanna scopre, parlando con il soldato, che il padre è stato arrestato l’anno passato e si è fatto 10 mesi di carcere.
La brigade avvisa il tribunale dei minori, il quale chiama Bertin che manda la ragazza dalle suore.
Dopo tre mesi dalle sorelle della Provvidenza, Joanna si è fatta delle amiche, ha ripreso a sorridere e a lavorare in un atelier di cucito all’interno del caseggiato ecclesiastico.
Ora ritorna a casa più forte, conosce i suoi diritti, sa che non deve aver paura di denunciare, vuole spiegarlo alle amiche che sono ancora nel suo piccolo villaggio, e sicuramente ripartirà per la città, da sua sorella, per ricominciare a lavorare. Joanna è forte, vuole aprirsi un atelier di cucito tutto suo, so che ci riuscirà.
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